
È la mattina del 19 ottobre 2025 quando sulle pagine di tutti i giornali appare la notizia che il Musée du Louvre è stato derubato: un gruppo di ladri è riuscito a introdursi nella celebre Galleria d’Apollo forzando una finestra con un camion-piattaforma e ha portato via nove gioielli della corona francese composti da diamanti, perle e pietre preziose, di valore inestimabile.
L’operazione è durata meno di dieci minuti e i ladri, che si sono spacciati per operai al lavoro, sono poi fuggiti su uno scooter con un bottino stimato di 88 milioni di euro. Una settimana dopo il furto, la polizia francese ha fermato sette persone, alcune delle quali ritenute parte del commando che ha messo a segno il colpo. Nonostante ciò, le indagini restano aperte: dei gioielli, per ora, non c’è traccia, ad eccezione dell’unico pezzo trovato subito dopo il furto nei pressi del museo, probabilmente lasciato cadere dai ladri durante la fuga. Non è dato quindi conoscere la sorte degli altri pezzi: è probabile che siano già stati smontati, o che si trovino all’estero, in attesa di essere rivenduti o riciclati attraverso canali illeciti.
L’episodio ha scioccato l’opinione pubblica, non solo perché riguarda il museo più famoso e visitato del mondo, ma anche perché ha messo in dubbio la serietà dei sistemi di sicurezza, ritenuti all’avanguardia, delle istituzioni museali. Da quanto emerso, a difesa di tutto il sistema delle telecamere del Louvre vi era una banalissima password: “Louvre”. Ma il furto del Louvre è solo l’ultimissimo capitolo di una lunga storia di colpi clamorosi alle istituzioni museali.
Perché rubare un’opera d’arte famosa?
Se le ragioni che in generale portano a rubare un’opera d’arte sono facilmente immaginabili, lo stesso non può dirsi se volgiamo lo sguardo ai furti nei musei. A prima vista, sembra contro la logica: chi ruberebbe un oggetto universalmente riconoscibile, appartenente a una collezione spesso di proprietà dello stato, che non può essere venduto sul mercato legale e il cui furto verrebbe immediatamente segnalato alle autorità internazionali? Eppure, come il recente caso del Louvre ci ha ricordato, i furti di opere d’arte celebri o di grande prestigio avvengono regolarmente, e come ricordato anche dallo scrittore e giornalista Roberto Saviano, uno dei casi più ricorrenti nei casi di furti museali, è il cosiddetto “furto su commissione”: un collezionista d’arte anonimo incarica un gruppo di criminali di sottrarre una specifica opera, per le quale ha un particolare interesse. Questo accadde per esempio nel 1990 al Museo Isabella Stewart-Gardner di Boston, dove furono rubati tredici quadri di altissimo rilievo di Manet, Veermer, Rembrandt e Degas. Le opere furono prelevate da sale diverse, secondo un’attenta scelta che suggeriva un furto su commissione, e ad oggi non sono state ritrovate, nonostante l’FBI sia riuscita a tracciare una parte di movimenti della refurtiva, arrivando addirittura a individuare un’asta tenutasi a Boston nei primi anni del Duemila dove alcune delle opere rubate sarebbero state vendute.

Il secondo caso è quello della “scelta per comodità”, vale a dire si sceglie di derubare un importante museo scegliendo non opere specifiche, ma selezionando gli oggetti in base al fatto che sono più facilmente raggiungibili, magari perché più prossimi a una finestra o a un’altra via di fuga oppure perché facilmente maneggiabili e smontabili. In questo caso, la mera scelta di un museo di rilievo garantisce comunque di ottenere un importante bottino. Questa ipotesi può sembrare banale, ma è proprio quello che è successo nel caso dei due quadri di Van Gogh rubati al Van Gogh Museum di Amsterdam. Nel 2002 i ladri entrarono nel museo olandese e sottrassero “La spiaggia di Scheveningen durante un temporale” e “Una congregazione lascia la chiesa riformata di Nuenen” solo perché, come poi dichiarato da uno dei due autori del furto a un documentario per Netflix olandese, i due quadri avevano le dimensioni perfette per passare attraverso la finestra. Le due opere, dopo essere state vendute al camorrista Raffaele Imperiale, che le avrebbe tenute e usate come strumento di negoziazione per le sue attività criminali, sono state recuperate nel 2016 e, dopo una breve esposizione al Museo di Capodimonte di Napoli, restituite al Museo di Amsterdam.
Le opere d’arte rubate possono anche essere utilizzate come strumento politico o di negoziazione. Un esempio di questo tipo è il celebre furto alla Galleria Estense di Modena, avvenuto nel 1992 e compiuto dalla Mafia del Brenta, che sottrasse cinque importantissime opere del museo, tra cui un quadro di Velasquez raffigurante Francesco I, un trittico di El Greco e un quadro di Correggio. Un anno dopo, il responsabile del furto, il capo della Mala del Brenta Felice Maniero, arrestato, fornisce le informazioni per ritrovare la tela di Velasquez in cambio di una riduzione di pena, che alla fine lo portò a ricevere il permesso di scontare il carcere agli arresti domiciliari. In seguito vennero recuperate anche le altre quattro opere, poi nuovamente esposte alla Galleria Estense.
E nel caso del Louvre?
Nel caso dei gioielli del Louvre, le ipotesi di un furto su commissione o per comodità sembrano al momento le più plausibili. Ad avvalorare la prima vi è il fatto che due degli arrestati, ovvero Abdoulaye Niakate e Ayed Ghelamallah, avrebbero dichiarato di aver agito per conto di un committente straniero. Inoltre, alcuni dei gioielli sottratti avrebbero un importante valore storico, che potrebbe quindi giustificare un interesse specifico da parte di un collezionista. Basti pensare che le proprietarie originarie dei gioielli erano Maria Amelia di Borbone-Due Sicilie, casertana e ultima regina dei francesi, Maria-Luisa, seconda moglie di Napoleone, e l’Imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III.
A supporto della seconda ipotesi, c’è la posizione dei gioielli, vicini rispetto alla finestra di ingresso dei ladri, e quindi facilmente accessibili. Inoltre, i gioielli sottratti, alcuni dei quali erano stati acquistati circa venti anni fa, non erano assicurati. La ragione dietro la mancata assicurazione sta nel fatto che nessuna compagnia assicurativa potrebbe attribuire un valore a un bene di proprietà dello stato dal valore, di fatto, incalcolabile. Allo stesso tempo però, un bene non assicurato è un bene che avrà meno protezione e azione, cioè non avrà un ente privato che assista lo Stato nel proteggere ed eventualmente ricercare il bene. Infine, nell’area espositiva dove erano esposti i gioielli erano in corso lavori di ristrutturazione, che hanno senza dubbio agevolato i ladri, entrati indossando delle pettorine gialle per fingersi operai.
Tra problemi di sicurezza e vulnerabilità del settore
Ci si può a questo punto chiedere se le cause che permettono la riuscita dei furti siano da attribuirsi a mancanze dei sistemi di sicurezza museali o a una generale vulnerabilità del settore e alla natura dei beni stessi.
Il ministro della Cultura francese ha definito il furto del Louvre “il risultato di una sottostima cronica del rischio”. Nonostante la sorveglianza costante e i sistemi d’allarme sofisticati, il commando ha agito in modo rapido e preciso, sfruttando un punto d’accesso non adeguatamente protetto (l’area in ristrutturazione) e aggirando i sistemi di sicurezza (il sistema delle telecamere era banalmente protetto dalla password “Louvre”). Il caso del Louvre non è stato l’unico ad aver evidenziato le falle dei sistemi di sicurezza nei musei: nel caso del Furto dello Stewart-Gardner, i ladri riuscirono a entrare vestiti da poliziotti, ottenendo anche il lascia passare delle guardie museali. Nel caso del Van Gogh Museum, la finestra utilizzata dai ladri non era dotata di sensori di movimento.
Ovviamente, le lacune nella sicurezza dei musei dipendono anche da mancanza di risorse o personale che non sempre permettono una corretta protezione di tutte le opere o la formazione del personale addetto. Inoltre, anche i sistemi di protezione più all’avanguardia possono diventare obsoleti o manovrabili da parte di hacker esperti.
Il furto al Louvre ci ha ricordato che nessun museo è davvero invulnerabile. Gli oggetti d’arte, per loro natura, rappresentano un grande vantaggio per i criminali: rubare un’opera d’arte frutta un bottino spesso esorbitante a fronte di uno sforzo minimo, se comparato con quello di altre attività illecite, come il traffico di armi o di droga. Come luoghi custodi di tesori, i musei sono quindi e saranno sempre bersaglio delle attenzioni dei criminali. Il caso del Louvre – nella sua spettacolarità – è un’occasione per interrogarci sul nostro rapporto con il patrimonio culturale: su quanto siamo disposti a investire per proteggerlo e su come bilanciare sicurezza e accessibilità.